Esteri

Signal-gate o tempesta in un bicchier d’acqua?

Un errore grossolano ma certo non uno scandalo. Con un effetto collaterale: messaggi inequivocabili, destinati tanto agli alleati quanto agli avversari, dei cambi di paradigma Usa

Vance Hegseth Waltz (CSPAN)

La notizia ha rapidamente fatto il giro dei media di tutto il mondo: una chat di gruppo su Signal con 19 alti funzionari dell’amministrazione Trump – tra cui il vicepresidente J.D. Vance, il consigliere per la sicurezza nazionale Mike Waltz e il segretario alla difesa Pete Hegseth – ha incluso per errore nientemeno che Jeffrey Goldberg, giornalista acerrimo critico dei Repubblicani e, in particolare, di Donald Trump.

Un errore grossolano

Un errore grossolano. Ma non certo un nuovo caso Watergate. Aggiunto molto probabilmente per sbaglio da Waltz, Goldberg ha avuto accesso temporaneo a una conversazione riservata riguardante un’operazione militare contro gli Houthi in Yemen. Una missione che, va detto, si è conclusa con successo: gli obiettivi sono stati colpiti, la leadership Houthi è stata ridimensionata, e un messaggio forte e chiaro è stato inviato all’Iran. Nessuna vera e propria “fuga di notizie”, nessun vero e proprio “piano di guerra” compromesso.

La sinistra mediatica ha colto la palla al balzo per cercare di costruire uno “scandalo” che – al netto dell’inevitabile imbarazzo per l’amministrazione Trump – si è rivelato essere poco più che una tempesta in un bicchier d’acqua.

La vera notizia che emerge da questa vicenda è che tutti, a Washington, usano Signal – anche la CIA. Anche l’amministrazione Biden ne ha fatto uso.

Un’altra sorpresa è il modo in cui Trump ha scelto di gestire l’incidente. Nessun licenziamento impulsivo, nessuna escalation polemica. Solo parole di comprensione per Waltz: “Ha fatto un errore, imparerà. È una brava persona”. Una dimostrazione di leadership fredda e calcolata, decisamente inusuale per The Donald, più simile a un atto di clemenza che a una manifestazione di debolezza.

Vance rafforzato

J.D. Vance, dal canto suo, ne esce rafforzato agli occhi dell’elettorato trumpiano: ha espresso dubbi sull’operazione – coerenti con la sua linea anti-interventista – ma lo ha fatto con competenza, senso critico e lealtà nei confronti del presidente. È emerso come figura autonoma e autorevole, non come l’ennesimo yes-man.

Europei “parassiti”

Un altro aspetto significativo emerso dalla conversazione è il tono, pressoché unanime, con cui i funzionari dell’amministrazione Trump parlano degli alleati europei. Il disprezzo è evidente. L’Europa viene descritta, di fatto, come un insieme di “parassiti”, costantemente dipendenti dagli Stati Uniti per la propria sicurezza – in questo caso per la protezione delle rotte commerciali nel Mar Rosso – ma restii ad assumersi responsabilità reali, soprattutto quando si tratta di pagarne il prezzo.

Non è certo una novità sconvolgente – è una linea coerente con la dottrina Trump fin dal 2016 – ma leggerla così, nuda e cruda, senza filtri diplomatici, nelle parole dei vertici attuali dell’amministrazione americana, fa comunque impressione. È un esercizio di realismo brutale che ci impone di riflettere su una frattura profonda nei rapporti transatlantici.

Ed è proprio qui che si apre una riflessione più ampia. Il caso della chat su Signal rappresenta, per gli alleati europei, un momento analogo a quello vissuto con Zelensky nell’Ufficio Ovale, in diretta televisiva. Ciò che un tempo era confinato nelle ovattate e riservate stanze della diplomazia, oggi viene esposto davanti agli occhi dell’opinione pubblica mondiale.

Singolare che in entrambi i casi si sia trattato di qualcosa di apparentemente accidentale: da un lato una conferenza stampa “finita male”, dall’altro l’inserimento involontario (proprio di quel giornalista!) in una chat riservata con i massimi vertici della sicurezza nazionale Usa.

Messaggi chiari

E, ancor più singolare, che in entrambi i casi si trattasse di due ambiti in cui l’amministrazione Trump è risultata perfettamente allineata – nei fatti, nelle parole e nei toni – con l’orientamento dello zoccolo duro del proprio elettorato. Niente ambiguità, niente triangolazioni: solo messaggi chiari, destinati tanto agli alleati quanto agli avversari.

Viene spontaneo chiedersi se dietro questi “incidenti” non si celi, in realtà, una strategia deliberata, finalizzata a imporre, in politica estera, cambiamenti di rotta troppo drastici per essere attuati attraverso i canali tradizionali della diplomazia: canali lenti, farraginosi e ostacolati da apparati burocratici restii al mutamento.

Più probabilmente, si tratta degli effetti collaterali di un profondo cambio di paradigma in atto. In entrambi i casi, il messaggio lanciato è inequivocabile – anche all’interno dello stesso establishment.

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